Autori: Alessandro Rondoni e Mara Quadri

Editore: La Casa di Matriona, 1999

Pagg. 160

Il missionario gesuita Pietro Leoni, che per dieci anni visse internato nei gulag sovietici, è una figura emblematica di sacerdote che dedicò la propria esistenza all’evangelizzazione dei popoli in quei luoghi dove i muri dell’oppressione erano alti e non vi era spazio per la libertà. Si era trasferito nell’Urss nel 1941 arruolandosi come cappellano militare durante la II Guerra Mondiale e, dopo un breve rientro in Italia, ritornò ad Odessa nel 1943 come parroco delle comunità cattoliche. Nel 1945 fu arrestato con l’accusa di essere un sovversivo e di fare propaganda antisovietica e rinchiuso nei lager di Mordovia e Siberia dove fu condannato ai lavori forzati. In quei luoghi di atrocità e morte, Leoni non smise mai di trasmettere agli altri un messaggio di vita e speranza, diventando per tutti una presenza consolatoria, un testimone incrollabile di fede e verità. Un ruolo al quale mai rinunciò neppure di fronte alle tante torture subite e agli estenuanti interrogatori. Anzi, quelle prigioni divennero la sua casa, la sua “parrocchia” come lui stesso disse, dove continuò a praticare il ministero di sacerdote, a convertire i suoi compagni di cella, ad impartire i sacramenti. Nel libro “Pietro Leoni” scritto dal giornalista Alessandro Rondoni, che quando era direttore del settimanale “il Momento” tenne una corrispondenza epistolare con padre Leoni, e da Mara Quadri, si legge: «Così possono accanirsi particolarmente contro di lui, proprio perché è un sacerdote, ma anche questa sua condizione di sacerdote non è vissuta da lui come un peso, è piuttosto la sua realtà, un dono che non deve essere rifiutato e che gli conferisce anzi una forza positiva con la quale può restare ancorato al reale con un respiro di speranza più grande». Leoni fu rilasciato nel 1955 con la mediazione del Governo e del Vaticano e la sua storia divenne un caso nazionale. Al suo rientro in Italia, in pieno clima di Guerra fredda, la sua testimonianza fu però percepita come scomoda e così ottenne di poter partire per una nuova missione fra i russi emigrati in Canada, dove vi rimase fino alla morte avvenuta a Montreal nel 1995.

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