by Alessandro Rondoni
on Ottobre 05, 2018

Un esempio luminoso di fede e di speranza

Fu un’emozione grandissima trovarsi di fronte Annalena, essere chiamati da lei, addirittura convocati per una conferenza stampa. La cercavano da tutto il mondo ma si era consegnata al silenzio, tratto distintivo della sua missione in Africa. Quando ero direttore de “il Momento” ricordo che ci telefonarono persino i giornalisti americani, pure quelli di “Usa Today”, che volevano intervistarla e chiedevano della nuova Madre Teresa di Calcutta forlivese. Con un certo imbarazzo non sapevamo cosa rispondere allora, visto che Annalena non rilasciava interviste, non parlava attraverso i mezzi di comunicazione ma con la sua vita. Ed invece, quel 21 giugno 2003, lei era di fonte a noi, pronta per essere intervistata. E nel disegno provvidenziale divino quella storica intervista avvenne nella sede del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo, in via Lunga a Forlì, proprio pochi mesi prima della sua morte il 5 ottobre. Fu un caso? Ci trovammo al cospetto di una testimone cercata da tempo e che ora “rompeva” il silenzio per consegnare per sempre alle parole il significato della sua vita. Un prodigioso e ineluttabile richiamo alla sapienza, nutrita da quella fede che in Annalena aveva preso corpo negli anni giovanili del servizio al “Casermone” dove già andava ad aiutare i poveri di allora. Il “privilegio” di essere lì a fare quell’intervista fu una grande occasione carica di responsabilità per far conoscere di più la “santità” di Annalena. Seguirono poi i giorni clamorosi con la consegna del premio Nansen a Ginevra, l’incontro pubblico il 30 giugno nell’auditorium dell’allora Cassa dei Risparmi gremito di gente col caloroso abbraccio della città, vogliosa di sentire, ascoltare, capire. Fu una sorpresa per tutti. Il silenzio prima, la parola poi. Da far venire i brividi! Pochi mesi dopo arrivò inaspettata la ferale notizia della sua morte. E tutto prese una luce diversa. Ricordo ancora come fui chiamato giornalisticamente a dare quella notizia. Giunse una saetta all’improvviso la sera tardi di domenica 5 ottobre 2003. Uscivo sgomento, dopo aver visto la sconfitta dell’Inter a un derby, dal circolo del teatro Novelli di Santa Rita, con tanti tifosi, e mi si avvicinò il parroco don Enzo Scaioli che con voce sottile mi sussurrò: «È morta Annalena». Lì per lì non afferrai, ero ancora confuso per la sconfitta nerazzurra... Pochi passi e tornai indietro, colto dal dilemma classico dei giornalisti: lasciar perdere, vista l’ora tarda, o darsi da fare per saperne di più e avere conferme. Ricordo che quasi urlai a don Enzo di dirmi da chi lo aveva saputo, chi era la fonte e, constatata l’attendibilità, mi precipitai a chiamare i colleghi del “Carlino”, il caporedattore Emanuele Chesi, Ettore Morini e Andrea Degidi. Grazie al fatto che Ettore stava stilando i tabellini delle partite domenicali, il giornale era ancora aperto. Si bloccarono perciò le rotative, addirittura a Bologna e di tutto “il Resto del Carlino”, per uscire in pagina nazionale oltre che in quelle locali. Lavorammo ore febbrili per verificare, fino all’ambasciata italiana a Gibuti, la veridicità di una notizia che abbiamo dato col cuore in gola, scrivendo articoli con ancora negli occhi le immagini di Annalena che parlava a noi giornalisti in quella conferenza stampa di giugno, e poi a tutta la città nell’auditorium. La mattina dopo uscì la notizia in locandina e venne anche la Rai a riprenderla per darla al Tg. Fu un’evidenza clamorosa e dolorosa, la notizia della morte di Annalena è stata diffusa in Italia e nel mondo. Da lì è partita una scossa che ha attraversato il cuore di migliaia, milioni di persone e anche l’informazione ha fatto la sua parte perché oltre alla morte si raccontasse la vita. Una vita esemplare per tutti.

by Alessandro Rondoni
on Giugno 28, 2017

 

Nel tempo della crisi una politica per una vera democrazia e la crescita

In questo tempo di passaggio, in cui la crisi economica picchia ancora forte e la gente fatica a portare avanti le stesse cose come prima, va apprezzata la responsabilità di chi in campo politico e amministrativo si impegna per rafforzare, in un paziente e umile lavoro per il bene comune, il legame fra le persone e le istituzioni. Una vera democrazia, infatti, non può prescindere da un rapporto collaborativo e l’inevitabile delusione per le tante cose che ancora non sono risolte, sia sul piano locale sia nazionale, non deve provocare derive populiste e fanatismi ideologici. In questo senso è da valorizzare chi, pure denunciando misfatti e mancanze, continua con coraggio a compiere sacrifici per costruire un avvenire degno dell’uomo, trasformando la lunga crisi in una grande occasione di cambiamento. L’insicurezza dei tempi genera paura e sconforto e anche i modelli politici del passato risultano superati in quest’era di rivoluzione tecnologica dove i partiti di massa sono stati archiviati a vantaggio di quelli che operano direttamente via cavo e via web, attraverso la televisione e internet. Sono in corso anche processi di razionalizzazione, diffusione e accorpamento che riguardano banche, ospedali, sanità, società di servizi e associazioni di categoria, e sempre di più il territorio è chiamato a nuovi scossoni nella ricerca di una dimensione che lo renda sostenibile nel mondo della globalizzazione. Chi ha sofferto più di tutti in questi anni è la famiglia, vera risorsa della società, che cerca di sopravvivere alle botte ricevute con tasse, imposizioni e rincari bollette. Rafforzare i legami in questi momenti drammatici, pertanto, è un compito anche della politica.

Editoriale pubblicato sul n. 1/2017 di “ForzARomagna”

by Alessandro Rondoni
on Febbraio 27, 2017

La velocità impressionante dei cambiamenti ha provocato, specie negli ultimi dieci anni, una vera e propria rivoluzione, una svolta epocale, con un’esasperazione tecnologica che ha profondamente modificato strumenti, linguaggi e azioni (…). L’umano è stato violentemente strattonato, se non proprio disarcionato, dall’era ipertecnologica senza volto, da una vasta e tentacolare rete dove piuttosto che navigare si finisce per naufragare, annegare e persino morire (…). I social oggi sono la vera forma di comunicazione e stanno minando e mettendo in discussione il tradizionale giornalismo e i canonici circuiti informativi. Insomma, tutto a tutti in una democrazia informatica che sembra pareggiare, togliere iniquità, rendere accessibile, ma che in realtà porta pure nuove forme di discriminazione e sancisce la vittoria di un potere che sta dall’altra parte dello schermo e della tastiera, non si evidenzia mai e inghiotte sempre di più (…). Chi non è connesso ad internet rischia di rimanere solo anche se poi sta single per ore al pc o al cellulare. Un rebus, un rompicapo esistenziale che tenta di risolvere, annientandola con un ipercollegamento, la solitudine dell’uomo. Ma essa si prende una solida rivincita risorgendo, come un’araba fenice, sulla cenere di tasti pigiati migliaia di volte al giorno, dove schiacciate rimangono non solo le lettere ma anche le aspirazioni dell’uomo (…). In pochi leggono, tutti si legano e si rendono devoti a questo rito. Anche i linguaggi ne risentono con l’uso distorsivo della parola, ormai ridotta a striminziti fraseggi, espressioni contratte, emoticon. Il tutto per esprimere concetti, sentimenti e risposte. La reattività è esaltata, meno invece lo sono il giudizio e il ragionamento (…) Anche il mondo del giornalismo e dell’editoria è squassato da questa rivoluzione che, pur concedendo più libertà di espressione a tutti, forma nuove sacche di povertà e rende insicura la fonte di una notizia. Molte informazioni si rivelano bufale, altre sono imperfette o superficiali. Viene meno la professionalità degli operatori della comunicazione a vantaggio di una velocità online senza volto (…). Eppure sono infinite le possibilità di bene e le nuove opportunità che sgorgano da questa imperante tecnodimensione a vantaggio dell’uomo post moderno. Lo si è visto durante il recente terremoto in Centro Italia del 24 agosto 2016 con l’ampia divulgazione sui social di campagne di sensibilizzazione e di aiuto. Si afferma così un nuovo senso di appartenenza, il bisogno inarrestabile di dare un significato comune alle cose, di far prevalere un senso di comunità che poi è proprio quello che la rete scatena con le sue infinite chat, gruppi e altre espressioni creative. Questa nuova appartenenza, sia pur in modalità virtuale, indica un bisogno reale. È una dimensione esistenziale dell’uomo, un’inalienabile esigenza di esprimere la sua socialità poiché non è solo un individuo chiuso, una monade, ma un essere in relazione con altri nella positività di un incontro, nella promessa di una speranza ritrovata nella diversità dell’altro, reso amico e non nemico. L’altro, in qualunque modo relazionato, rappresenta quindi una via di sviluppo, di progresso, di civilizzazione, a patto che sia reso accessibile in un fatto che, anche se è virtuale, risulta profondamento concreto in quanto azione libera e cosciente di una cultura dell’incontro (…). Generare cultura, in questo tempo di internet, è ancora possibile, ed è un compito e una responsabilità affidata a chi da sempre crede nell’uomo e nelle sue capacità, pur conoscendone limiti e difetti. La contaminazione con le nuove tecnologie rende affascinante la sfida di portare avanti in un mondo nuovo eterne esigenze di infinito (…). Sfidare la tecnologia dal punto di vista umano significa anche ribellarsi alla robotizzazione in atto e compiere la vera rivoluzione, che è quella di salvaguardare l’umano da questo transumanismo, da questa nuova scienza, religione, filosofia, che promette un paradiso senza più l’uomo. Pensare, giudicare, ragionare a costo di sbagliare, è un modo fertile di coltivare la propria terra, di abitare la propria casa e non separare il corpo dallo spirito, la ragione dalla tecnologia. (…) Il nuovo areopago dei tempi moderni chiama, dunque, ad aggiornare linguaggi e contenuti, comportamenti e strumenti. Torna forte e avvincente la lotta per affermare l’umano in tutte le sue dimensioni, per aiutare l’uomo del terzo millennio a non perdersi nella giungla né a retrocedere nel buio delle caverne e nella barbarie dell’inciviltà ma a fare esperienza della libertà, della propria conoscenza, dell’uso dell’intelletto e della parola che lo distingue dall’animale. La parola resta dunque regina incontrastata di un lavoro, di un’espressione, di un linguaggio e di un ragionamento e, se ben usata, può condurre l’uomo alla luce della verità dentro i link e i clik della tecnologia, per un nuovo umanesimo (…).

* testo integrale pubblicato sulla rivista “Il Nuovo Areopago” n. 3-4/2015

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